Il Padule di Piombino
La difficile bonifica dei Pozzali nel Padule di Piombino
Una relazione di Gaetano Giorgini del 1827 spiega come alcuni corsi d’acqua della pianura di Piombino risultassero pressoché abbandonati, disalveati, ingombri di vegetazione o peggio riempiti e di fatto inservibili: inoltre i bassi fondali lungo il Tombolo non consentivano all’acqua di uscire dallo Stagno. Lo stesso Giorgini riteneva che riaprire tutti gli antichi fossi di scolo potesse essere un passo importante per far rimanere asciutto il Padule.
Achille Gotti (foto 1), esperto di miglioramenti agrari, ma anche proprietario di terreni “ricchi” di profondi Pozzali nelle zone dell’Altura e dell’Alturetta (foto 2), aveva cercato di trovare una soluzione tentando una bonifica per essiccazione. I venti da scirocco e mezzogiorno accentuavano il fenomeno per cui l’acqua scaturiva copiosamente dai Pozzali e si spargeva liberamente sul terreno, rendendolo paludoso e malsano anche a grande distanza. Gotti divise il terreno in 18 campi creando delle fossette larghe circa 1mt, che formavano un reticolo lungo più o meno 5km ed allacciavano circa 26 pozzali: riunì l’acqua delle fossette in due fosse più grandi (lunghe circa 2km) che si connettevano nell’angolo più depresso del suo appezzamento ad un fosso ancora più grande, lungo 1,5km e largo 2,5 mt, che a sua volta andava “a perdersi nel pubblico scolo detto Fosso Cosimo”.

Aveva così bonificato un terreno incolto e insalubre ma anche riunito una grande quantità d’acqua in un solo punto, che scorreva seguendo la pendenza del terreno e poteva essere facilmente utilizzata per l’irrigazione dei campi circostanti.
Un lavoro difficile, portato avanti anche nel corso del ‘900, ma non concluso: una zona del nostro Territorio in cui sono ancora presenti i “misteriosi Pozzali” fa parte dell’Oasi WWF RNR Padule Orti-Bottagone.
Fonti:
I Georgofili: atti della Accademia dei georgofili - 1853
Rapporto a sua eccellenza il presidente del R. Governo della Toscana sul Bonificamento delle Maremme Toscane - 1859
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